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Leopardi, "Le genêt, ou la fleur du désert", texte italien suivi de la traduction française

mardi 26 janvier 2021, par René Merle

Après Dante, Leopardi est certainement le poète italien le plus lu et le plus aimé en Italie.
1836, Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 – Naples, 1837), passe ses derniers mois dans une propriété campagnarde de Torre del Greco, tout près du Vésuve.
Il évoque ici l’éruption de 79 d.c qui a détruit Pompei et Herculanum
On trouvera après le texte italien "Le genêt, ou la fleur du désert" (magnifiquement traduit de l’italien par René de Ceccatty), in Giacomo Leopardi, Chants, Rivages, 2011.
Immense texte qui demande du temps et de l’empathie, à archiver donc et à déguster à son rythme...
Je reviendrai ultérieurement sur Leopardi.
LA GINESTRA, O FIORE DEL DESERTO

E gli uomini vollero piuttosto
le tenebre che la luce
.
GIOVANNI, III, 19.

Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona ;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio ;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti ;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio ; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
E’ il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E proceder il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra se. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra ;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto :
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe palese : e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama se nè stima
Ricco d’or nè gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra ;
Ma se di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale ;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica ; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così, qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.

Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte ; e sulla mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto Seren brillar il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente ; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto ; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa ; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo ? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo ; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar ; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale ?
Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz’altra forza atterra,
D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto ; così d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel, profondo
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli,
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti : onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica : e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Sull’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontano l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto ;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri, per li templi
Deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per voti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino,
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi : ella nol vede :
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente :
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor ; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti ;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

Ici, sur la croupe sèche
Du mont redoutable,
Le Vésuve exterminateur,
Que n’égaie aucune autre plante, aucune autre fleur,
Tu disperses tes touffes solitaires ;
Genêt parfumé,
Que contentent les déserts. Je te vis aussi
Embellir de tes tiges les zones nues
Qui entourent la ville
Autrefois reine des mortels
Et de cette gloire perdue
Ils semblent, par leur grave et leur muet aspect,
Les ultimes témoins pour quelques promeneurs.
Je te revois sur ce sol, amant
Des lieux tristes et abandonnés du monde,
Fidèle compagnon des destins accablés.
Ces champs émaillés
De cendres stériles, et recouverts
De lave pétrifiée,
Qui claque sous les pas du pèlerin,
Et où se niche et se tord au soleil
Le serpent, et où le lapin
Regagne sa tanière familière, encastrée dans la pierre,
Il fut un temps où des villas et des cultures
Y régnaient joyeuses, dorées d’épis,
Des troupeaux y meuglaient,
On y trouvait des jardins et des palais,
Séjour recherché
Des loisirs des puissants. Et des villes célèbres
Que, sous ses torrents, le mont altier
Avec tous ses habitants écrasa
En déversant sa foudre de sa bouche de flammes.
Le présent paysage est une seule ruine,
Et c’est là ta demeure, ô douce fleur, et comme
Compatissant au mal que les autres subirent,
Tu lances vers le ciel ton suave parfum,
Consolant le désert. Que sur ces rives
Vienne celui qui a coutume d’exalter
Sous les louanges notre condition et qu’il voie
Comment l’aimante nature se soucie
Du genre humain. Il pourra se faire une idée juste
De la puissance de la race des hommes
Que la cruelle nourrice, quand ils s’y attendent le moins,
D’un geste discret en un instant annule
En partie, et peut par des gestes
À peine moins discrets en un éclair
Annihiler la totalité.
Dépeints sur ces rivages
Sont de l’espèce humaine
L’admirable destin, les progrès de l’Histoire.

Regarde de ce côté, contemple ton reflet,
Siècle orgueilleux, idiot,
Qui abandonne une voie
Jusque-là pourtant soucieuse de renaissance
Et te vantes de revenir sur tes pas
En croyant avancer.
Les plus grands génies,
Qui mirent entre tes mains leur malheureux sort,
Flattent ton babil sénile, tout en le raillant
Parfois à part eux. Quant à moi
Je n’irai pas sous terre dans un linceul de honte,
Mais j’aurai démontré autant que faire se peut
Dans quel profond mépris je te tiens en mon cœur
Bien que je sache quel oubli ensevelit
Quiconque a eu le tort de déplaire à son temps.
Mais de ce mal au fond, qu’avec toi je partage,
J’ai bien pu jusqu’ici me moquer justement.
Tu vas rêvant de liberté mais tu veux
Asservir la pensée
Qui seule nous aida du moins partiellement
À détruire les fers de nos prisons barbares,
À faire croître en nous la civilisation,
À mieux orienter le destin collectif.
Tu aimas donc peu si peu connaître le vrai sens
De l’avilissement et du sort misérable
Qui nous vint par nature. Ainsi, tournant le dos
Veulement au jour qui les révèle, tu fuis,
Traitant de lâche qui n’a jamais dévié,
Et flattant celui qui, par folie ou par ruse,
Se méprise lui-même et méprise les autres,
Haussant au firmament la pauvre espèce humaine.

Quand un infirme sans fortune
A l’âme généreuse et élevée,
Il ne se prétend jamais
Couvert d’or et vaillant
Et ne se ridiculise pas
À vouloir mener grand train
Ou paraître vigoureux.
Mais il ne craint pas de montrer
Son manque de force et son besoin d’argent :
Il dit les choses en clair
Et se présente tel qu’en vérité.
Je ne prends pas pour un animal supérieur
Mais pour un crétin
Celui qui, né pour mourir, nourri dans les peines,
Dit « Je suis fait pour jouir »
Et noircit le papier d’un orgueil puant,
Promettant ici-bas un destin admirable,
Un bonheur inédit, dont nul dans l’univers
N’aurait eu connaissance, encor moins sur la Terre,
À des peuples qu’un raz de marée,
Un souffle de vent malsain, un séisme
Peuvent si bien décimer qu’il en reste
À grand-peine une trace.
De noble nature est celui
Qui ose lever ses yeux mortels
Vers le sort commun et qui d’un franc parler
Sans rien soustraire à la vérité
Avoue le mal qui nous est échu,
Notre condition misérable et frêle.
Il se montre grand et fort
Dans l’épreuve et n’accroît
Ni les haines ni les colères entre frères,
Ce qui serait un mal plus grave
Et s’ajouterait à sa misère, s’il accusait
L’homme de ses souffrances. Qu’il accuse plutôt
La vraie coupable, semblant la mère
Naturelle des mortels, mais est sa marâtre en intention.
Il l’appelle ennemie. Et pensant que contre elle,
L’humanité entière avant tout s’est unie,
Comme c’est dans les faits,
Il croit que tous les hommes
se sont confédérés, il les embrasse tous
Dans un unique amour, offrant et espérant
Une aide utile et prompte
Dans les dangers fréquents et dans les angoisses
D’une guerre commune.
Il croit stupide d’armer sa main droite
Contre les offenses de l’homme, et de tendre un piège
À son voisin, comme ce serait dans un camp
Entouré d’une armée hostile, au plus vif
De l’assaut.
D’oublier l’ennemi, d’entreprendre
De violentes rixes avec ses amis,
Et de causer de son sabre et ses cris une débandade
Parmi ses propres rangs.
Quand de telles pensées seront au public évidentes
Comme elles le furent un temps,
Et que cette terreur qui commença
Par retenir les mortels en chaîne sociale
Contre la nature cruelle,
Sera maîtrisée en partie
Par une science vraie, le juste et droit
Raisonnement des citoyens,
La justice et la piété auront alors
D’autres bases que les illusions arrogantes
Sur lesquelles a coutume de tenir en place
La probité du peuple ainsi que le peut
Celui qui séjourne dans l’erreur.

Souvent sur ces rives
Que le flot durci vêt de noir, désolées, semblant ondoyer,
Je m’assois la nuit. Et sur la triste lande
Dans le très pur azur
Je vois d’en haut flamber les étoiles,
Dont la mer est le miroir lointain,
Et tout le monde briller alentour
D’étoiles dans le vide serein.
Et une fois que j’ai fixé les yeux sur les lumières
Qui leur semblent un point,
Et sont immenses, tout comme
La terre et la mer ne sont pour elle
Qu’un point en vérité,
Et d’elles non seulement l’homme,
Mais le globe où l’homme n’est rien,
Est totalement inconnu ; et quand je contemple
Ces semblants d’écheveaux d’étoiles
Encore plus éloignés, à l’infini,
Qui nous paraissent une brume et auxquelles
Non seulement la Terre et le soleil, mais toutes nos étoiles
Au nombre, à la masse infinis,
Ensemble avec le soleil doré même,
Sont inconnues ou paraissent telles
Qu’elles paraissent à la Terre : un point
De lumière lumineuse, que sembles-tu alors,
Ô race humaine, à mes pensées ?
Et me souvenant de ton état ici-bas
Qu’évoque le sol sous mes pieds, et le nombre de fois
Où il te plut d’imaginer, toi qui te crois reine et fin destinée au Tout,
Que, des hauteurs du ciel, descendaient les auteurs de l’Univers,
Dans cet obscur grain de sable qu’on appelle la Terre,
Rien que pour toi, et conversaient fréquemment
Avec les tiens plaisamment, et me souvenant que, renouvelant
Ces rêves dérisoires, l’ère présente insulte les savants,
Alors qu’elle semble surpasser en sciences
Et en mœurs civiles, je me demande :
Quelle émotion, ô race malheureuse, quelle pensée
M’envahissent au fond à ton propos ?
Que prévaut en mon cœur, le rire ou la pitié ?

Comme tombe de l’arbre une petite pomme,
Que l’automne en mourant a mûrie et laissée
Sans force en la faisant rouler dessus la terre,
Écrasant le séjour d’un peuple de fourmis,
Doucement niché dans la glèbe molle,
Au terme d’un labeur, et avec lui, le trésor
Péniblement caché durant les jours d’été,
L’anéantissant et l’ensevelissant en un instant,
De même, nuit et ruine furent
Par l’utérus vagissant projetées
Vers le ciel lointain, sombrant dans une pluie
De cendres, de roches, de pierres ponces,
Dans un magma de torrents brûlants,
Roulant que le flanc de la montagne,
Énorme crue, enragée à travers les herbes,
De pierres liquéfiées
Et de métaux et de sables enflammés,
Bouleversant, détruisant, enterrant en un rien
Les villes que la mer sur le rivage lointain
Baignait. À présent sur ce qu’il en reste
La chèvre broute, et des villes nouvelles
Se dressent de l’autre côté, auxquelles les cités ensevelies
Servent de marchepied, et le mont cruel
Semble piétiner leurs murailles écrasées.
La nature n’a pas, pour la race des hommes,
plus d’estime ou de soin qu’à l’égard des fourmis.
Le massacre est chez l’un plus rare que chez l’autre :
Mais c’est seulement que l’espèce du premier
Se reproduit moins bien que ne fait la seconde.

Voilà mille huit cents ans qu’écrasé sous les flammes
Disparut tout le peuple qui demeurait ici.
Le vigneron penché sur les grappes prend peine
À nourrir le terrain qui se meurt sous la cendre
En levant un regard craintif vers le sommet
Fatal qui paraissant plus jamais bénin
Menace cependant de massacrer ses fils,
Ses pauvres petits-fils. Souvent le malheureux
Se hisse sur le toit de sa maison rustique,
Sans trouver le sommeil, sursautant fréquemment,
Pour espionner le cours des terrifiants bouillons,
Que crachent des entrailles insatiables,
Sur les flancs ensablés scintillant sous les eaux
Des rives de Capri, ou bien du port de Naples
Ou de Mergellina. Et s’il voit le torrent
Approcher ou entend l’eau brûlante du puits
Gargouiller dans le noir, il réveille ses enfants,
Il réveille en hâte sa femme, et en avant, ils fuient,
Emportant avec eux le peu de choses qu’ils peuvent,
En voyant leur nid familier
Et leur petit terrain,
Qui seul put leur servir à combattre la faim,
En proie au torrent de flammes
Qui coule en crépitant, inexorablement
S’avançant vers eux pour les écraser à jamais.
Pompéi détruit revient au jour
Après un long oubli,
Squelette enseveli, qu’une simple carence
De terre ou la pitié remettent à l’air libre.
Dans le forum désert, le pèlerin debout
Entre les rangs des colonnes décapitées
Contemple la cime dédoublée
Et la crête fumante, prête à vomir encore
Pour menacer les ruines répandues.
Et dans l’horreur de la secrète nuit,
Dans les théâtres vides,
Les temples dévastés et les maisons détruites,
Où les chauves-souris protègent leurs nichées,
Comme un flambeau funèbre,
Dansant dans les palais vides, ténébreuse,
Scintille la lueur de la lave mortelle
Qui rougeoie au lointain
À travers les ombres,
En couvrant alentour tout l’endroit de sa pourpre.
C’est ainsi dédaigneuse, et de l’homme et du temps
Qu’il nomme Antiquité, et de ce qui attend
Enfants, petits-enfants, que la nature verte,
Chaque nouveau printemps, poursuit avec constance
Un voyage si long qu’elle semble immobile.
Les règnes cependant se succèdent sans doute,
Les peuples évoluent et les langages meurent,
Elle ne le voit pas. Et l’homme croit pouvoir
Se vanter d’inventer le mot éternité.

Et toi, discret genêt,
Qui de taillis odorants
Ornes ces champs nus,
Bientôt tu cèderas au pouvoir cruel
Du feu souterrain
Qui, reprenant un chemin
Familier, étendra sa langue avide
Sur tes tendres buissons. Et tu inclineras
Sous le faix mortel ta tête sans réserve,
Malgré son innocence :
Mais sans supplier lâchement et en vain
Ton futur oppresseur devant lequel tu n’a jamais fléchi.
Et sans opposer un orgueil forcené vers les étoiles
Ni sur le désert où
Tu naquis et vécus, non par volonté mais par destin.
Plus sage que l’homme et d’autant
Moins infirme, que tu n’as jamais cru
Que le destin ou la volonté avaient rendu
Tes fragiles racines immortelles.

1836.

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